venerdì 14 giugno 2013

GEROGLIFICI DI THARROS: SENSAZIONALE SCOPERTA!!!

GEROGLIFICI DI THARROS. 
REPORTAGE FOTOGRAFICO 
di
GRAZIELLA PINNA ARCONTE

Dedicato a Gigi Sanna.
Dedicato a Aba Losi.
PER I VOSTRI STUDI, PER VOI, PER TUTTI NOI ...
E' UN GIORNO FANTASTICO QUESTO!

Eccomi di ritorno! Il cuore ancora in tumulto, penso al fortunato evento sincronistico che ha messo davanti ai miei occhi il post di Stefano Sanna. "Che roba è questa?" - ho pensato con un crampo allo stomaco. Immediatamente ho avuto come la sensazione di un deja vu e la consapevolezza d'essere davanti a qualcosa di veramente sensazionale. Come se avessi già visto quei cartigli. Un'emozione fortissima. Scrivo immediatamente un messaggio privato a Stefano Sanna, il quale, debbo dire con grande gentilezza, mi da le coordinate del luogo da cercare. Parto in anticipo rispetto ai miei programmi: l'ansia del vedere personalmente mi obbliga alla velocità. Io non credo nell'evento casuale ... chi mi conosce lo sa. E come potrei? Le conferme dalla rete ancestrale in cui sono connessa vengono di continuo. 
Io e Nino arriviamo sul posto immediatamente e senza esitazioni. Troviamo subito i cartigli. E Nino individua anche delle piccole lettere - edicoletta, scolpite come in un rebus. Il percorso è ancora chiaro, direi INIZIATICO: il moto è a procedere secondo un moto sequenziale ... almeno, questa è la mia sensazione! Fantastica, nella texture alla base della roccia, l'ocra rossa che ancora appare, a significare la divinità del sito. Il complesso roccioso parla di una sorta di grande edicola cui sia crollato il tetto. Io non sono un'archeologa, ma giurerei che i cartigli nella roccia sono antichi:  non appaiono zone più chiare nell'incisione che, nell'uniforme cromatura appare, tuttavia, in alcuni tratti corrosa dal tempo e dagli elementi; la roccia è uniforme nel contesto globale. Peraltro mi sembra di vedere una seconda edicola rettangolare, ma è visibile solo nel perimetro. Di sicuro il luogo è di grande suggestione e perfino commovente per me. Ho molto da dire sul merito, poiché tale mia scoperta di oggi, si inscrive in un contesto ben più ampio a proposito della sacralità rituale di San Giovanni e delle sue acque medicamentose. Ma è un discorso molto complesso che farò quando avrò notizie più dettagliate sui cartigli. A giudicare dall'energia direi che non è un falso. Semplicemente, le strane condizioni climatiche di quest'anno stanno contribuendo a scoprire strati di Civiltà antecedenti a quelle studiate canonicamente: LA NOSTRA CIVILTÀ. Certo, ora è il caso che occhi esperti eseguano un immediato sopralluogo. Che sia dato il giusto rilievo a questa scoperta e che anche questa non finisca nel crogiolo delle verità scordate e/o sepolte: Statue di Mont'e Prama docet! Io, che mi sento privilegiata per l'esperienza appena vissuta, vi regalo le mie emozioni con le foto a seguire, realizzate con la mia amica Nikon, sicura di fare a voi e alla Madre Ancestrale cosa gradita. 






































giovedì 13 giugno 2013

GEROGLIFICI A SAN GIOVANNI DI SINIS

GEROGLIFICI A NORD DI THARROS: FOTO DI STEFANO SANNA.
SONO SENZA PAROLE PER L'IMPLICAZIONE DI TALE SCOPERTA.

Aba e Gigi ... A VOI!!!




sabato 8 giugno 2013

THE ARMONK VOICE DI NEW YORK: UN FANTASTICO ARTICOLO SU MARCO ARCONTE

Brynwood Golf Club Brings 'Foodie' Leaders To Armonk



Byrnwood Golf & Country Club, located in Armonk, recently announced two big additions to its culinary team. Photo Credit: Michael Nocella

ARMONK, N.Y. – Brynwood Golf & Country Club has added two “foodie” employees from the acclaimed Cipriani Co. by hiring executive chef Cesar Guaraca and director of food and beverages Marco Arconte, the Armonk club announced.
Both are seasoned veterans of the food industry — and welcome additions to Brynwood, the club said.
“Our success is defined by our ability to bring the best qualified talent to Brynwood, and we’re fortunate to have attracted these men to the club,” said Jeffrey Mendell, a principal in Brynwood ownership group. 
“Chef Cesar and Marco certainly have the skill and experience to elevate the dining at Brynwood, but it’s their combined passion for the art of food that is really exciting for us. Our members will have an enviable dining experience, unmatched at any club in the region,” he added.
Before joining Brynwood, Cesar spent most of his career as executive chef of the Cipriani group, where he created menus for many of its restaurants while serving at the helm of some of the world’s most exclusive catering events.
He has been involved in the opening of Cipriani locations around the world and has held positions as executive chef at Mr. C in Beverly Hills, Cipriani Wall Street, London, Grand Central, and West Broadway, as well as Harry’s Bar in Central Park South. 
Arconte was most recently director of food and beverage operations at the Cipriani Restaurant in Manhattan. Born and raised in Sardinia, Italy, Arconte completed hospitality and culinary studies in England and has worked for Starwood, Accor and Jumeirah.
Wasting no time, Cesar has already begun to transform Brynwood's menus for the club’s Grille, Halfway House and catering events.
“I am absolutely the definition of a foodie,” he said.
Cesar added that he enjoys working with all styles of food, from Asian to Italian and Mediterranean, and he looks forward to creating a memorable dining experience for the members and their families.
Brynwood members will get to experience the club’s new culinary offers for the first time Thursday, April 11, when an exclusive private media luncheon will be held at noon. Reservations are limited, and RVSPs are required by April 5.

martedì 4 giugno 2013

IL MAGGIO DEI LIBRI - L'EVENTO DIVENTA PERMANENTE

 “Il Maggio dei libri. L’evento diventa permanente”. 

Quanto di bello e buonissimo si fa ad Oristano e dintorni, raccontato dalla vibrante e armoniosa voce della prof. Anna Maria Capraro. 

V. Kandinsky  visto con gli occhi e  realizzato dalle mani di Giulia Stefanelli. 10 anni.

Un unico leggio ma nessun assolo, bensì il filo sottile della condivisione per continuare a vivere emozioni nuove e sconosciute. Il viaggio, organizzato in undici tappe diverse per luoghi e temi, nel ” Maggio dei libri”, dalla Libreria Mondadori in collaborazione con ParticORali, UNLA, Hanife Ana, Biblioteca comunale ed Insieme, diventa progetto permanente. La lettura, è noto, crea dipendenza, perciò il gruppo dei lettori partecipanti rende stabile l’iniziativa con incontri mensili, il primo dei quali si terrà nel giardino del Centro Servizi Culturali il giorno 21 di Giugno, ore 21. Ad annunciarlo l’infaticabile Marina Casta, che, solido mestiere ed inenarrabile passione, è titolare, con il fratello Christian, della Mondadori di Oristano. Circa 200 i titoli dei libri rivisitati nel tour conclusosi il 31 Maggio: classici e novità mondiali, opere di autori sardi, letteratura per l’infanzia. Parole trasportate dal vento in un’anomala primavera, tra  vie cittadine, sagre paesane, lo scorrere del fiume, i silenzi del bosco e quello della biblioteca. Ultima tappa la libreria, luogo da vivere dove trovare, tra scaffali pieni di libri, una tavola imbandita dagli stessi lettori, intimi come dopo un viaggio davvero speciale perché ha restituito alla lettura l’aura misteriosa e solidale del rito collettivo. Che mai nessun reading mediatico potrà offrire..Tra gesti minimi e impercettibili pudori, commozioni trattenute ed esplosioni di autentico virtuosismo interpretativo. E lettori  di tutte le età,  rivelatisi, talvolta, tra scrittori veri, autori  estrosi ed originali.
Sulle labili indicazioni offerte da un tema, un mix sempre diverso di ritmi e di timbri, di percorsi capaci di intrecciare storie di vita e di passioni, bagliori fantastici, squarci di realtà e di ricordi, sferzanti riflessioni colorate di ironia . Quasi la registrazione di un unico flusso di coscienza che ha permesso di svelare sensibilità e approcci diversi tanto alla lettura quanto ai misteri dell’esistenza e alle piccole banalità del quotidiano. E un identico entusiasmo come possibilità di trasformare, se non il volto della  città, almeno il modo di viverla, in una combinata fruizione di spazi pubblici, culturali e commerciali che ne valorizzi le risorse e lanci uno sguardo consapevole su un futuro sempre più incerto.
                          
Anna Maria Capraro

CUORE DI PREDA DI ANNA MARIA CAPRARO

Il 10 maggio, a Cabras,  si è tenuto il Convegno "IN NOME DELLA MADRE - LA VIOLENZA SULLA DONNA DALLA DEA MADRE AL DIO PADRE". La mia relazione, pubblicata dagli atti del convegno circa una settimana fa, ha registrato centinaia di visitatori. Con me hanno animato il convegno altre tre splendide donne: Anna Maria Capraro relatore, Brunella Salis introducer e Lucia Chergia, ancora con Brunella, commoventi interpreti di memorabili brani poetici dal libro "Cuore,di preda".In questa imperdibile relazione Anna Maria Capraro ci presenta, appunto, Cuore di preda.
A VOI, SORELLE D'OGNI DOVE E D'OGNI QUANDO. 

L'8 marzo è la giornata della donna,  il 25 novembre quella contro la violenza sulle donne,  il 6 febbraio contro la pratica delle mutilazioni genitali su donne e bambine, il 14 febbraio inaugura un flash mob planetario come reazione alla violenza su di esseSono tutte date che testimoniano lo iato spaventoso tra le esigenze di una società civile e delle sue istituzioni ed una realtà di fatto messa a fuoco dalle più nude statistiche. Nel 2012  ogni due giorni una donna è uccisa dalla violenza maschile, e il 70% dal proprio compagno. Ma se le morti vengono rese note gli stupri, le botte, le sevizie psicologiche, lo stolking nel 90% dei casi rimangono non denunciati.Quanto alle mutilazioni genitali femminili, messe al bando dall'Assemblea generale dell’Onu nel dicembre scorso, continuano regolarmente a perpetrarsi,in tutto il mondo. In un solo anno nel mondo si sono contati 140 milioni di casi, 180.000 in Europa, 35.000 in Italia. Soffermarsi a pensare che secondo l’OMS la violenza è una delle prime cause di morte per le donne dai 25 ai 44 anni, o che nel mondo ne muore una ogni 8 minuti equivale a prendere in considerazione un vero e proprio bollettino di guerra, o quanto meno un mondo fuori asse. Il 27 settembre 2012 a Strasburgo l’Italia ha finalmente firmato la convenzione di Istambul del Consiglio d’Europa, ultimo dei 23 stati che vi hanno aderito riconoscendo la violenza sulle donne, compresa quella domestica, come grave violazione dei diritti umani e sottoponendosi al controllo di una commissione di 10 membri, La Grevio, preposta alla messa in opera del trattato nei paesi firmatari. .. E in questo senso l’Italia ha ancora parecchia strada da fare, se nello scorso giugno a Ginevra la Commissione per i diritti umani dell’Onu, facendo il punto sui ritardi del nostro governo, ammoniva sulle responsabilità di quest'ultimo, ricordando che la violenza di genere è un vero e proprio genocidio nascosto ma soprattutto l’ultimo anello di una colpevole disuguaglianza politica, economica e sociale.. Prevenzione, protezione delle vittime e punizione dei colpevoli sono i ritardi dell’Italia, che contribuiscono al silenzio, a rendere invisibile il fenomeno ed a perpetuare nella nostra società  la cultura dell’abuso, d'altronde delegittimata solo negli anni 70.  Anni in cui si poteva contare su una presa di coscienza di massa poi lentamente disgregatasi sino all'attuale riflusso.E non ci fa piacere ricordare che  nella classifica sulla differenza tra i generi siamo regrediti in un anno dal 74.mo all’80mo posto nel mondo. Ancora inadempienti per quanto riguarda i centri anti-violenza e i luoghi di accoglienza, che rischiano la chiusura, mentre gli omicidi di genere vengono confinati nelle cronaca nera ignorando che sono la conseguenza delle diseguaglianze e discriminazioni politiche e culturali- E’ necessario di certo, insieme ad un vero e proprio programma di governo, un dialogo aperto, che  coinvolga le istituzioni ma soprattutto entrambi i sessi. Non bastano le grandi organizzazioni per la difesa dei diritti umani,  le ONG e le diverse e pur preziose associazioni. E’ un fenomeno in crescita costante, trasversale e multinazionale, che va combattuto puntando sulla prevenzione e quindi l’educazione. Anche Oristano conosce il fenomeno, con gli allarmanti  dati del centro “donna Eleonora.     

L’unico modo per trasformare la realtà è conoscerla. Senza presunzione e senza arroganza. Con umiltà e rispetto. Perché se una cosa forse abbiamo imparato in questi anni bui è che qualunque rivoluzione, perché tale davvero sia, deve avvenire dentro ognuno di noi, anche se questa è forse la cosa più difficile da farsi . La rivoluzione cui alludiamo stasera è quella che realizza il rispetto dei diritti e della dignità di ogni essere umano, senza alcuna distinzione. Solo allora questa celebrazione finalmente non avrà più alcuna ragione d’essere. Ma oggi, purtroppo, dobbiamo agitarla come una bandiera, ed impegnarci perché su questo fronte la guardia non si abbassi . Purtroppo l’identificazione potere e malintesa virilità è ancora vivo ed operante.  Perché , come circa 2 secoli fa affermava Leopardi, più che le leggi contano i costumi, e secoli di stereotipi faticano ad essere cancellati. Quando Eva Cantarella parla di sessualità predatoria del mondo romano  ci chiediamo se le cose da allora siano veramente cambiate, e la prima, immediata reazione non è consolante. Il linguaggio dei media, pubblicità in testa, offre l’immagine di una donna oggetto, soprattutto sottomessa al potere maschile. E’ uno spettacolo mortificante, un copione logoro ma resistente, una storia di potere tenuto saldamente da mani maschili, ma soprattutto di conseguenti dinamiche culturali che parlano di insicurezze e fragilità relazionali, destinate a condizionare pesantemente il livello di libertà e democrazia del nostro paese. Eppure tutto questo ha costi sociali altissimi, e necessita di percorsi terapeutici.Perciò è necessario parlarne, ma con gli uomini, la cui presa di coscienza è necessaria quanto la nostra. Né dobbiamo trascurare il fatto che quanto negli anni 70 sembrava un diritto acquisito, oggi sembra di nuovo essere messo in discussione, come la contraccezione. Servono norme che rispondano ai bisogni reali e proteggano i diritti di tutti..Eppure è ormai accertato che comportamenti e modo di vivere sono determinati non dalla natura ma dalla società, nella quale il sesso cosiddetto debole ha sempre dimostrato una grande forza anche fisica, come , ad esempio, dichiarano gli studi sull’ottocento francese dove le donne operaio si sobbarcavano un’imprevedibile fatica fisica. Ma forse ritroveremmo intatta la nostra forza se interrogassimo la Storia e il ruolo della figura femminile nelle religioni antiche. A partire dalla culla delle civiltà mediterranee, alimentate dal mito della Grande Madre, principio di armonia.. Stasera tra le altre cose presentiamo un libro che ci porta ad interrogarci su questo tema, e che sta unendo praticamente tutta l’Italia con un una rete di presentazioni e dibattiti. Si tratta di un’opera che è un evento politico ed estetico. Politico perchè coniuga etica ed arte, ed estetico in quanto tasta il polso ad una poesia che, se si allontana dagli strumenti tecnici perfetti della generazione di ZanzottoRaboni, Giudici ed  altri, si fa più sperimentale e frantumata ma rimane ricchissima e si immerge in paesaggi  e alimentata da un forte impegno politico e civile.Perché abbiamo scelto proprio la poesia, una forma artistica che nell'immaginario collettivo richiama lo sfogo intimistico? perché la vera poesia è testimonianza, perché nessun discorso riesce ad avere l’incisività e la portata di quello poetico, che restituisce ad ogni parola la sua forza evocativa , visionaria e trasfiguratrice  e, allargandosi in cerchi concentrici, raccoglie sempre il mondo di chi la legge, o meglio la ascolta, visto che è musica e ritmo . Perché rende universale ogni privato. Perché è il limen, la soglia oltre la quale non si è più solo se stessi. Caproni diceva che il poeta è un minatore, il quale, scavando dentro di sé, trova sempre una zona che è di tutti. La curatrice dell’opera,  Loredana Magazzeni,  insegnante, pubblicitaria e poeta, che ha al suo attivo il progetto “Patchwork” per unire l’attività di donne che vogliono costruire, attraverso frammenti della propria vita e della propria creatività, arte e bellezza, riflette, nella sua intensa introduzione, sulla poesia quale arma per dire l’indicibile, contro una violenza non adeguatamente combattuta dalla politica e dalle istituzioni.I versi diventano così una sorta di filo di Arianna nei labirinti dell’animo. Non dimentichiamo che Freud amava dire quanto avesse imparato sull'inconscio umano proprio dai poeti.. So che si è discusso sul titolo del libro, che farebbe di ogni donna una preda inchiodandola, con il riferimento al cuore, nel territorio dell’emotivo e del sentimentale. Ma questa è una lettura limitante che può essere usata tendenziosamente. In quale terreno, se non quello dei sentimenti, si può ascrivere la vita?  In realtà non ci si può appropriare di un libro così intenso per irrigidirlo tra le maglie di un unico pensiero, né esteticamente sarebbe giusto etichettarlo come“Femminista”, o tra la poesia di genere.  Vorrei parafrasare per “Cuore di preda”quanto è stato scritto per la poesia di S: Plath, e cioè che ogni lirica è un evento, non la registrazione di un evento. L’opera raccoglie 85 tra le voci più intense ed interessanti , a livello mondiale, degli ultimi anni.Ed è arricchita dalle immagini di Fabiola Ledda, la quale, utilizzando l’intreccio di molteplici linguaggi artistici, indaga su tematiche di denuncia sociale e porta, in queste pagine, il corpo femminile a raccontare la sua storia attraverso simboli ed allusioni. La generazione delle autrici è talvolta quella di rottura, delle battaglie combattute negli anni 70, ma non mancano quelle  nate nel riflusso .Tutte testimoni del proprio tempo. Voci potentipiù alte,  più sottili, più roche, che scavano, dialogano, in prima o terza persona, ma che in queste pagine diventano epica comune e condivisa. Se di per sé la poesia aspira all'eliminazione dell’io,  qui emerge, prepotente, il noi, un noi che “risposa le parole per farne sassi, echi, miti nuovi, e sceglie le più vere per farle brillare come micce, esplodere, raccontare la verità.”..A volte si utilizzano forme chiuse, codificate, a volte quelle nuove; ora sono distici che hanno la tagliente intensità di un epitaffio, ora  parole in libertà ed accostamenti arditi, chiusure ermetiche o aperture quasi didascaliche.  E’ un libro caustico, che si oppone alle ipocrisie sociali attraverso l’armonia di voci diverse dunque non solo per età ma anche per stile, formazione ed intenti, offrendoci lo spaccato di una storia trasversale e violenta, insieme intima, storica e sociale Le atmosfere, i ritmi ed i timbri sono naturalmente molto vari,ma sempre si tratta di una poesia corporea, concreta, che non consola e non risparmia, eppure ha un effetto liberatorio perché attraversa le emozioni senza esserne travolta e crea interrogativi e spunti di ricerca sulle ragioni ideologiche, morali e materiali del problema.  E’una sorta di romanzo corale, generazionale, di memoriale familiare che racconta una verità scomoda, che parla di una donna anello debole nella catena sociale,  di crimini che declinano le contraddizioni pericolose della società e della democrazia .Un album di fotografie che riflette esperienze quotidiane. La mappatura di un problema che porta alla luce un reticolo di questioni irrisolte, perché la condizione femminile è un paradigma che misura il grado di civiltà di un paese. Il contenuto dell’opera è un magma incandescente. Avantesto la cronaca di tutti i giorni, ma anche la storia, la mitologia, la vita in sé.Un susseguirsi di sensazioni, un vortice di emozioni che si misura con problemi di vasta portata, quale l’impatto della violenza sullo sviluppo della personalità, le ideologie che l’alimentano, le forze che operano a livello inconscio. Gioco di specchi in cui riflettere una parte di noi., porte spalancate sulla nostra storia. Fotogrammi di quotidianità, percorsi duri che passano attraverso scelte complesse ma indispensabili, come la scoperta del proprio sé e il superamento delle convenzioni sociali. Perché la poesia illumina l’animo umano, conosce gli abissi della degradazione creata dalla paura, i meccanismi che rendono le vittime dipendenti ed annichilite al punto di sentirsi rassicurate dal dominio. Stiamo attenti a non stigmatizzare, è troppo facile parlare dall'esterno. Si urla contro il processo di vittimizzazione ,giustissimo, ma le donne cresciute nella violenza sono vasi di cristallo, che necessitano di lunghi percorsi terapeutici per uscire dallo stato di vittime Le tragedie sono spesso intime, di coppia, o familiari,e avvengono tra lacerazioni, prese di coscienza, rabbia e malessere. Gli approcci al problema sono diversi, ma le parole chiave le stesse. Dolore innanzitutto. Con la percezione della sua persistenza, il suo essere carnale anche quando si annida nell'anima, dove vive la sua dimensione più persistente e distruttiva. Si dice, per inciso, che il 17% delle vittime di stupro mostri tendenze suicide. E corpo. Corpi vilipesi, devastati, macellati, ridotti a piazze di mercato, corpi che trattengono il dolore nella carne cercando invano di chiudergli le porte dell’anima.. E ancora, corpi che attendono solo di sbocciare per scrivere la primavera ma cadono sotto i colpi come rami tagliati di pesco, o sono condannati a stare in crisalidi squamose senza librare le proprie ali. E terrore, come pietra in gola, come giocare a dadi con la morte. Come negarsi ai luoghi più comuni, una siepe in ombra, un sentiero nascosto. E violenza, grumo e sasso in un cielo dove magari si era cercato di volare. E infine, una parola mai pronunciata ma che costituisce il filo rosso che attraversa il libro: Potere, quello che, vacillante di fronte a una donna divenuta soggetto, e derivante da una angosciante fragilità relazionale degli uomini, li porta a regressioni tribali. Ma non è vero che manca la rabbia delle donne, è presente anche nella sua positiva trasformazione. Nell’atto di fede per cui il suono delle parole si fa luce”, e sottolinea un’”eredità femminile che nutre la forza e si propaga tra le generazioni per rompere il silenzio”.La forza di un no, “Un Basta al dolore che si impasta con farina ed acqua e sarà cibo che nutrirà le proprie figlie”. E i figli maschi, , che sono qui incarnati in un piccolo Nicolò ancora in bilico tra l’uguaglianza che gli viene da dentro e ciò che l’esterno gli vuole insegnare. Perché dai rosati infanti non crescano come stupratori che non sanno “dialogamare”. Il verbo è un ardito neologismo, ma rende l’idea. E c’è anche la vendetta che trasforma i ruoli in un gioco di scambi, o la reazione lenta e determinata di chi prende le proprie scarpe e si allontana. C’è chi rallenta il passo, raccoglie la catena e sceglie di proseguire, chi cerca la gioia con “la sua scia luminosa distillata dal fondo delle notti,” e L’inarrestabile forza delle donne lupo, non addomesticabili, che mantengono intatte le proprie forze vitali..Da subito, dalla prima pagina, l’impatto con un dramma che non fa più notizia perché filtrato e reso innocuo dalla bolla mediatica che addormenta le coscienze mentre dagli armadi aperti solo ogni tanto si intravedono scheletri nascosti. Ma  subito l’io diventa noi, non importa se scrive in prima o terza persona. Nessuna storia è dimenticata, nessuna vittima. Chi ha consegnato il proprio nome alle cronache e chi  alla storia. Figure mitiche come Filomela, cui era stata strappata  la lingua per non denunciare, epiche come Tina Modotti, la fotografa che ha fatto dell’arte uno strumento di denuncia sociale o come Nadia Ajuman, poetessa afgana uccisa per la vergogna di aver parlato, nei suoi versi, della condizione femminile del suo paese. O Susanna Chavez e  le 350 donne di C. del Messico di cui denunciava la scomparsa. Delicate parole per vittime sconosciute e per chi, dopo,  si suicida, per prostitute cadute in quelle stesse strade su cui avevano sognato di trovare la libertà, spose, figlie e sorelle di orchi domestici, “donne anfora “dell’africa che mangiano violenza come pane,donne nere che ci fanno vergognare dell’essere bianchi, donne islamiche cadute sotto i colpi di un padre che le voleva pure, come le Urì del paradiso islamico. E che dire delle bimbe cinesi cui l’aborto selettivo impedisce di nascere?L’ordinaria quotidianità del male insieme agli stupri etnici ed ai bordelli di guerra. Niente è taciuto. I luoghi sono i più diversi, per una scenografia essenziale che accomuna trasversalmente tutte le terre. Quelle di civiltà antiche con una realtà odierna tormentata da integralismi e conflitti etnici, quelle più giovani con gli spettri di recenti dittature . Ambientazioni squallide di periferia, metropolitane in cui un muro diventa conca in cui morire anche se si resta in vita, capanne africane o confortevoli interni borghesi. E l’orrore dell’Esma, la sala argentina in cui le madri partorivano figli destinati ai propri torturatoriE ancora la famigerata villa Grimaldi, luogo di torture nel Cile di Pinochet. Quando invece la violenza è nascosta si insinua lenta, sottopelle, come una colpa, e rende incapaci di distinguere l’odio dall'amore  ci ostina al dolore, alla vergogna che impedisce di chiedere aiuto, all'abitudine a staccare la spina dei desideri, ma  può regalarci anche la consapevolezza dei nostri no. Una costante il contrasto tra la leggerezza di cuori che volevano solo gioia e vita e la pesantezza di corpi imputati.Corpi del reato, come dice un 8 marzo in cui la protesta ha per unica bandiera lo sventolio di gonne fiorite. Sono poesie che raccontano attimi terribili ma anche dinamiche diverse di confronto ed aggregazione. Perché la violenza è un fatto culturale.  Creato dall'essere umano, e che dunque da esso può essere vinto. E per uomo si intendono genericamente  entrambi i sessi. In un vuoto desolante dove una generazione straordinaria di donne impiega le proprie energie per rispondere ad aspettative che ancora si rifanno al mito della perfezione. Brave a tutti costi. Ricordiamoci invece che siamo solo esseri umani, con pregi e fragilità, e che meritiamo in ogni caso il rispetto che ad ogni essere umano è dovuto. Senza distinzioni, come dice anche la nostra costituzione.
Anna Maria Capraro
                         

sabato 1 giugno 2013

SA BUTARIGA DE CRABAS


ECCO LA STORIA CREDIBILE E LOGICA DE SA BUTARIGA DI CABRAS

CE LO DICE ANTONINO ARCONTE 
www.g-71.blogspot.com



SA BUTARIGA DE CRABAS


Oggi lezione di storia e geografia, antica e moderna, per tutti i Soloni dell'archeologia Fenicia, spuntati come i funghi in seguito agli stanziamenti dei soliti fondi pubblici per la ricerca storica Fenicia. 
Ne ho sentite davvero di belle grosse, ma questa della Bottarga che sarebbe stata inventata dai Fenici è la più divertente. I Shardana mi perdoneranno se rido della loro tragedia, ma meglio ridere che incazzarsi, ridere fa bene ... incazzarsi no. Ma dico io, prima di dire certe sciocchezze, un letterato e studioso, non si è sentito in dovere di farsi un viaggetto in Libano? I Cristiani Maroniti, attualmente il 60% della popolazione Libanese, (erano molti di più prima dell'esodo dovuto alla nota guerra) vantano da sempre discendenze fenicie, in effetti ottimi commercianti e banchieri, come i fenici antichi, ne hanno mantenuto le caratteristiche psicoattitudinali, tanto che il Libano era unica nazione del mediterraneo orientale a poter essere considerata la Svizzera del medioriente. Questo prima della guerra del Libano del 1975. Ora, però, nonostante le rovine della guerra civile si stanno già riprendendo e sono comunque un'economia più solida delle nazioni vicine. L'invadenza dei musulmani, guidati dagli investimenti sauditi, non ha indebolito quei fieri e abili commercianti discendenti dei fenici, i Cristiani Maroniti. Pensate che prima della guerra, chi voleva fare affari d'oro, letteralmente d'oro!, poteva guadagnare fortune comprando oro a 24 k. a Beirut, dai gioiellieri Maroniti, per rivenderlo in India o anche in Europa.  Ebbene, i Cristiano Maroniti non sanno manco cos'è la bottarga di Muggine! Com'è possibile se sono i discendenti del popolo che l'avrebbe inventata e diffusa? Com'è possibile che nella terra di coloro che hanno ideato la lavorazione delle uova di muggine, una vera prelibatezza se fatta bene ... per poi farne l'oro di Cabras, non ci siano lagune necessarie all'allevamento in quantità del muggine, per ricavarne uova a sufficienza per quella lavorazione particolare? Le coste settentrionali del Libano sono rocciose e alte sul mare, simili a quelle della Sardegna nord-occidentale tra Bosa e Alghero. Non è certo terra da allevamento di muggini. Quelle a Sud nemmeno, perché sono aride e sabbiose e i fiumiciattoli che sboccano al mare sono più canali di scolo che fiumi. Spesso in secco e sfociano a estuario e non a delta, necessario perché i muggini li eleggano a dimora, come fanno in tutto il mondo, nelle lagune e nelle paludi. Non c'è traccia di questa natura prediletta dai muggini e la cucina Cristiana Maronita non contempla pietanze simili a quelle di Cabras, che è presumibile abbia origini ancestrali ed è incentrata su muggini, arselle, bottarga: macinata, a fette, a patè o aggiunta ad altri piatti tipici della cucina del Sinis, che non è certamente fenicia. La terra dei Fenici era più incentrata sulla cucina tipica dei monti innevati e boscosi intorno alla valle della Bekaa, una cucina di montagna che prediligeva l'agnello, il capretto, il montone e le verdure cotte a vapore. Più simile a quella delle popolazioni intorno e loro stessi si considerano un popolo d'origine semita, come gli ebrei. Se oggi si può trovare il caviale, o forse anche la bottarga, in alcuni ristoranti di Beirut, è grazie alla cucina internazionale e non tradizionale, di una città multietnica da sempre. 
Stando al passato, la terra fenicia è stata conquistata dai persiani, i quali, nei loro piatti tipici, hanno una prelibatezza apprezzata in tutto il mondo, il caviale, tratto dalle uova di storione del mar Caspio e fatto con una lavorazione del tutto differente. Il caviale si gusta col cucchiaino non a "mossius!" (trad: a morsi, altra parola fenicio/araba) a fette, o grattugiata, e nemmeno gli attuali iraniani hanno nella loro tradizione le uova essiccate di muggine chiamate butariga, in una lingua che non è araba, semmai gli Arabi l'hanno copiata da chi ce l'aveva prima che loro lasciassero le steppe asiatiche con i loro cammelli, per migrare nel Mediterraneo! 
Sull'enciclopedia Wikipedia alla voce Bottarga si leggono cose altrettanto improbabili sulla sua storia: 
>> L'origine del prodotto sembra essere stata fenicia, ma il termine deriva dall'arabo [1] batārikh (بطارخ) ("uova di pesce salate"), legando il vocabolo a una radice che avrebbe acquisito perciò il significato di "conservare sotto sale". Gli arabi erano famosi nell'area del Mediterraneo per le loro affinate tecniche culinarie, che trasmisero anche alle altre popolazioni del Mediterraneo, spesso assieme al nome dei prodotti. Nella lingua sarda essa viene chiamata butàriga conservando una forte assonanza col termine arabo[senza fonte]. L'origine del nome deriva, forse, dal greco bizantino ᾠοτάριχον (ootàrichon) che significa uova di pesce essiccate e salate (in greco moderno αυγοτάραχο (avgotàraho)) e viene conservato in cera d'api fusa. Tradizionalmente costituiva il pasto dei pescatori che trascorrevano la giornata in mare. Parte delle uova di tonno, come delle altre interiora del pesce, spettano di diritto ai "tonnaroti" (pescatori delle tonnare). In Sicilia la Regione ne ha regolamentato la produzione.<<
Come si può essere così illogici, trattandosi di storia che, invece, sempre segue la logica. Loro stessi prima dicono che il termine buttàriga sarebbe arabo, quando gli arabi sono arrivati dalle steppe asiatiche circa seicento anni dopo cristo. Poi si smentiscono dicendo che l'origine del nome, forse, sarebbe greco bizantino, fornendo anche il nome greco antico ma ... non pensano che entrambi possono essere stati tratti da chi c'era prima? Una bottarga, poi, che a loro dire sarebbe stata conservata nella cera d'api. Quella sarda, invece, non si conserva nella c'era d'api, ma nella loro stessa guaina protettiva che non si deve rompere, al resto pensa il sale e la giusta essiccazione. 
Possibile che tutti i popoli dei Nuraghe esistenti nel Sinis, dove i Muggini si potevano pescare a mani nude e in riva alla laguna di Cabras, almeno ai bei tempi andati, abbiano dovuto aspettare i bizantini, arrivati qualche millennio dopo in Sardegna, o i fenici e gli arabi addirittura, per farsi venire l'idea di conservare le uova del loro pesce preferito sotto il sale della loro salina personale? 
 Non riesco a crederci che sia vero, ma lo è: chi prende un lauto stipendio dallo Stato per fare ricerche storiche ci propina cazzate di questo genere che noi poveri ignoranti ci dovremmo bere? ... matagà!!! Sicuramente è vero che i pescatori di Cabras, ieri come oggi, non hanno capito il vero tesoro che avevano in casa propria e l'hanno insegnato a tutti coloro con cui sono entrati in contatto. I fiorentini rinascimentali andavano a uccidere chi rivelava ai clienti le loro tecniche di colorazione e lavorazione dei tessuti, perché su questo si fondava la loro ricchezza. I nostri pescatori, invece, ieri come oggi, hanno insegnato a tutti a fare la bottarga. Ultimamente persino ai senegalesi, i quali avevano il muggine, ottime uova fresche, ma non sapevano come conservarle a mò di Bottarga. 
La Bottarga si fa, fin dai tempi antichi, dove la natura è simile a quella del Sinis, lagune di acqua dolce e salmastra. Trapani ha una natura simile a quella di Cabras, ma manca l'acqua dolce che il muggine cerca per ingrassare e riprodursi, infatti, la loro specialità antica è la bottarga di tonno, non di muggine, ma sicuramente sono entrati in contatto con i pescatori sardi ed è perciò credibile l'inverso, che i Shardana durante i loro viaggi per mare (e che c'erano prima dei Siciliani e anche molto prima degli Arabi, che hanno conquistato la Sicilia, ma non la Sardegna) gli abbiano insegnato quella tecnica di conservazione, la quale non è affatto semplice, se si vuole impedire che le uova marciscano o siano troppo salate. 
Una delle più durature conquiste degli Arabi, inoltre, è stata il sud della Spagna, Cordoba e Valencia, che furono prima anche colonie di Cartagine, quindi fenicie per secoli fino alla conquista romana, se avessero ragione i Soloni della storia fenicia della Sardegna, come mai nemmeno nella loro cucina tradizionale non c'è traccia della Bottarga? 
Questo sembra il destino della vera storia della Sardegna, umiliata, falsificata e vilipesa. 
 Chi vuole dominare un popolo sa bene che per prima cosa lo deve privare della sua storia e questa è una cosa comune a tutta l'Italia, anche riguardo alla storia più recente. 
Guardiamoci dai falsari e dai bugiardi, sono lo strumento del tradimento con il quale si assoggettano i popoli.