domenica 12 maggio 2013

IN NOME DELLA MADRE - ARCHETIPI FEMMINILI DALLA DEA MADRE AL DIO PADRE

Copyright © 2013 Graziella Pinna Arconte – Tutti i diritti riservati – All right reserved ©

Dedicato a tutte le madri che lottano e ai loro figli nati in nome della Madre.
Dedicato a tutte le bambine mutilate, violentate, prostituite, date in sposa dai cinque anni.
CHE MAAT TORNI PRESTO A OCCUPARE IL POSTO DEL GIUSTO.

ATTI DEL CONVEGNO "IN NOME DELLA MADRE - LA VIOLENZA SULLE DONNE DAL MONDO ANCESTRALE A OGGI."
RELAZIONE DI GRAZIELLA PINNA ARCONTE

GLI ARCHETIPI FEMMINILI DAL MONDO ANCESTRALE A OGGI
DALLA DEA MADRE AL DIO PADRE


Mi è sempre piaciuto il patchwork.

Questa di realizzare una coperta patchwork è l’operazione che mi accingo a compiere ora: molti quadri, ciascuno narrante una storia, vengono cuciti insieme. Unendo tantissime storie si forma una macro storia dall'anima ben chiara: lo spirito della Dea Madre.

Non è, e non vuole questa essere, una storia di genere, cioè non è una storia che reca in seno esclusione, settarismo, sessismo o ideologismi di genere.

E’ la storia di un viaggio: quello che noi donne abbiamo compiuto dalla notte dei tempi; dal cruento cambio di staffetta dalla Dea Madre al Dio Padre; nell'osservazione del contesto, delle cause e, soprattutto, delle differenze tra un potere e l’altro, il primo a servizio di Maat, l’Armonia della Natura e il secondo al servizio dell’Uomo.

Nella dicotomia ora enunciata risiede il vizio di forma che ha condotto l’umanità sulla soglia dell’attuale rovina.
La vita degli antichi Padri e Madri, perfettamente inscritta in un contesto d'armonia e rispetto per la natura, veniva significativamente sottolineata dai numerosi riti di cui ancora oggi la Sardegna è ricchissima, efficaci e innegabili testimoni del gusto metaforico e divergente, dunque molto evoluto da un punto di vista filosofico e dell'inconscio collettivo, del popolo sardo fin dalla notte dei tempi. Ritualità metaforica che oggi viene vissuta secondo i parametri della religione cattolica, non tenendo più conto, poiché storicamente scientemente rimosso, dell'atto che l'attuale culto compì a suo tempo nel volersi sovrapporre sincreticamente ai riti preesistenti, non avendo  i sardi mai voluto rinunciare, nonostante la sistematica distruzione dei lori templi, all'ancestrale ritualità cosiddetta pagana
In Sardegna, dalla notte dei tempi fino a oltre il neolitico, la sfera del sacro o della ritualità funeraria è rappresentata in netta preponderanza dal culto della Dea Madre, come dimostra l’incredibile quantità di statuine ritrovate che rappresentano, appunto, la Dea (94,7%). Il culto della Dea, che accomuna la nostra isola alla cultura europea e alla cultura orientale ci dice chiaramente che la Madre era, dal Paleolitico, la divinità principale perché l’unica a possedere tutti i segreti per generare la vita sul pianeta e in tutti gli esseri in esso viventi.
Questo fu l’inizio ed è il quadro numero uno della mia coperta patchwork: la Dea Madre.
Cercare sue notizie è la via più efficace e sicura per trovare ogni spiegazione relativa alla nostra vera identità storica. Ognuno, ma soprattutto ogni donna, dovrebbe percorrere questo viaggio verso sé poiché solo guardando con occhi limpidi attraverso il passato ancestrale possiamo  VEDERE il nostro io più occulto e profondo.
Vediamo di ricamare il primo riquadro.
Possiamo ipotizzare ragionevolmente che quando ancora non vi era consapevolezza circa i nessi tra il concepimento e la nascita, alla donna veniva riconosciuto un potere che l’uomo non possedeva: al suo ciclo mestruale corrispondevano le ciclicità della natura in tutte le sue forme (mensili, stagionali, lunari, cosmiche); all'arresto di questo corrispondeva la nascita del nuovo essere, generato apparentemente dal nulla, per partenogenesi, allattato e nutrito, poi consolato in vita e accolto in morte dalle amorevoli braccia della Madre, come dimostrano gli scheletri di defunti ritrovati anche nella necropoli di Cuccuru is Arrius, del neolitico medio della cultura di Bonu Ighinu, nel ventre di Madre Terra, accovacciati e cosparsi di ocra rossa, a simboleggiare il sangue della rinascita.
Col defunto spesso sono stati rinvenuti reperti del corredo funebre tra i quali, immancabile, una statuina della Dea Madre.
In tale contesto il maschio sembrava non avere alcun ruolo nell’atto riproduttivo, pertanto la donna assumeva un ruolo divino dal quale egli fu per molto tempo escluso.
Gli studi di Marija Gimbutas ci prendono per mano e ci conducono con sapiente originalità e nitida visione a ripercorrere un viaggio di almeno 30.000 anni durante il quale vediamo la rappresentazione della Dea che per millenni venne raffigurata in una sola forma, quella della cosiddetta venere gravida, scolpita nella pietra e nell'osso e spesso dotata di forme allusive a vari animali (giumenta, mucca, orsa, cervo, daino) a simboleggiare ch'ella è Madre di tutti gli esseri viventi (ancora la mucca è sacra in India poiché incarnazione della Dea). Ella presiede tutti gli elementi, soprattutto l’acqua generatrice di vita che viene spesso rappresentata con motivi a ondine più o meno acute negli angoli grafici.

QUADRO N° 1
 
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La Madre che da la vita e nutre viene rappresentata con forme morbide e generose per l’intero paleolitico fino al neolitico. Ella è UNA, causa eccelsa da cui TUTTO E’ ineluttabilmente, nei secoli dei secoli, nei millenni sempre uguale.
VENERE DI WILLENDORF - AUSTRIA

Della Madre abbiamo il racconto che ci rendono migliaia di statuine sacre, dalle quali noi capiamo che Ella E’ e non ha bisogno di atti per spiegare se stessa. Ella è a prescindere. Dunque è chiaro dedurre che la filosofia dell’Essere fine a se stessa ha caratterizzato per millenni intere generazioni che, al femminile, da madre in figlia, hanno vissuto da dee, secondo tale visione della vita e della sua sacralità. 

Venere di Macomer
QUADRO N° 2:

E la Dea con le sue amorevoli connessioni era eterna testimone di vita, cambiando solo forma quando la vita diveniva morte del corpo, ma nuova rinascita e trasformazione verso la nuova dimensione ultraterrena. Per millenni noi, che ora, a causa dei retaggi della religione sovrana, abbiamo rimosso totalmente la capacità  di accettazione della morte come facente parte del ciclo vitale, abbiamo concepito la vita in maniera naturale, armoniosa priva di traumi da trapasso. Al contrario, la Madre ci parlava della morte intesa come accoglienza e rinascita, necessaria alla rigenerazione dell’anima.
E vediamo, dunque, attraverso queste meravigliose statuine prodotto di una perfetta sintesi metaforica e artistica, come proprio qui, in occidente, nacque lo spirito senza soluzione di continuità della vita dell’Essere Umano, concepito dalla Dea a sua immagine e somiglianza: nato dalla sacra vulva triangolare della Dea e a essa tornato, tra le sue amorevoli braccia. Una visone bella e altamente consolatoria della vita: l’esatto opposto di ciò che viviamo oggi, avendo paura della morte e di quel che potrebbe venire dopo. La Dea Madre che rappresenta la morte assume connotati esili e triangolari: perfetta sintesi della natura trina della divinità.


Venere della morte di Cuccuru is Arrius dalla posizione rigida

Ed ecco il terzo quadro prendere forma.

La Terra era permeata da tale Anima Immanente ed Emanante, da nessuno messa in discussione, garante del sostentamento di tutti i figli, la vacca celeste, mucca sacra Hator in Egitto e Toro in Sardegna.





 Hator divinità del cielo
Amore, gioia, vino, ballo,
Mucca celeste da cui è nata la via lattea con i suoi fluidi vitali.


E ora il quarto quadro:


La Dea cambia forma … anzi, forme: quella generosa diventa sintesi del divino fino a diventare Madre con figlia, poi figlio tra le braccia. Storia delle meraviglie dalla Dea Madre in Sardegna, a Iside in Egitto, alla nostra Madonna con bambino.






QUADRO 5:


Col passare dei millenni, dunque, nel neolitico l’immagine della Dea, si modifica a causa
delle trasformazioni sociali: l’organizzazione più complessa ingenera sovente devastanti 
conflitti armati, laddove si impone prepotentemente  la brutalità del dominio maschile. 
La morte, pertanto, non viene più vissuta come fenomeno naturale, ma 
come ingiustizia inferta dall'aggressione violenta di crudeli sopraffattori.
Il genere umano è chiamato ad affrontare una delle prove più complesse dell’evoluzione 
del pensiero: il confronto con la morte e la ricerca di un perché alle nuove domande che 
si impongono rispetto al senso della vita e al suo scopo. L’Umanità compie un grande 
salto nel vuoto evolutivo e il pensiero della morte diviene una sorta di ossessione per i 
secoli dei secoli fino a oggi. Tuttavia la Dea ancora resisteva e il culto, vissuto e ancora 
testimoniato, pur restando nel mondo dell’Essenza Spirituale e dell’Anima Mundi, 
permeò anche le azioni del quotidiano esistere attraverso la ritualità perpetrata dalle 
sacerdotesse janas.
Si implementano le arti artigiane e la lavorazione di preziosi manufatti.
Lo sviluppo dell’agricoltura suggerisce miti e riti che fanno riferimento al sottosuolo, 
custode di vita e da cui la nuova vita germoglia e prende forma. La divinità è nascosta e la 
Dea è concepita secondo una nuova visione che passa per tutte le culture nei secoli, fino ad 
arrivare all'attuale rito della morte e della risurrezione impostasi in Sardegna, per esempio quello de Su Nenniri, completamente gestito da donne che lo portavano in processione fino a scagliarlo da un’alta
rupe, in simulazione d’ogni atto relativo alla vita e alla morte e all'esorcismo della paura del
 buio e del superamento delle difficoltà, gettando via il malocchio dalla rupe, preferibilmente 
a mare come segno di ulteriore rinascita nell'acqua.




QUADRO 6:

La vita che ciclicamente si rinnova impone il rispetto tra equilibri e la Madre, ancora, la fa da padrona poiché, generando il figlio chiama l’umanità all'armonia nelle relazioni.
Le società si strutturano in maniera più complessa e organizzata in polis e si danno un governante. La società sarda e quella egiziana sono chiamate al rispetto delle norme di Maat attraverso la figura di re/faraoni che con saggezza governano i popoli.
In embrione, nella nostra società, è già intuibile la morte della Dea, che viene progressivamente soverchiata dalla dominazione dell’uomo con nefasti atti di guerre per la prevaricazione di popoli su altri popoli. Nasce il primo mito babilonese secondo il quale la Terra fu creata dal Dio Onnipotente Bel-Marduk il quale, nei racconti  dell'Enuma Elish, squartò il corpo della Dea Madre riducendolo in mille brandelli.
Miti e leggende si incrociano in un confuso, quanto ricchissimo calderone di surrogati della divinità e la figura della Madre viene agglutinata e associata a nuove figure che progressivamente sconvolgono i riti originali, ma il mito di Bel-Marduk è molto importante poiché codeste furono le modalità utilizzate nei secoli per mettere a morte le donne libere dei paesi del Dio Padre.
Nonostante la morte sia sempre più spesso un atto puramente brutale, l’esigenza primaria è quella di salvaguardare i riti perlomeno con la sepoltura, così come si evince dalle meravigliose sepolture visibili in Sardegna, in Egitto e in tutto il Mediterraneo.
E, ancora, la Dea, accompagna il defunto nella vita oltre la vita.
La Dea Generatrice non è mai morta del tutto: rimane in occidente attraverso le varie dee dell’abbondanza, fecondità, amore che hanno caratterizzato tutte le società storiche nell'area mediterranea, da Demetra alla sumera Inhanna, alla babilonese Ishtar, alla greca  Afrodite,  alla equivalente romana Venere.
Il patriarcato prese definitivamente forma anche attraverso la metafora del Bucranio, la figura del toro, che da archetipo e inconscio collettivo di rigenerazione femminile rappresentante l’apparato uterino anche in architettura, divenne, nelle culture maschili indoeuropee, il toro dio del tuono.

QUADRO 7:

L'illuminato parroco di Silanus, don Giovanni Chirra, nella prima conferenza "Orminas de sos mannos" durante la lectio magistralis del 3 ottobre 2008 sostenne senza tante parafrasi che la nostra civiltà nuragica fu, con quella egizia, la civiltà più alta ed evoluta e la Sardegna snodo centrale dei traffici economici e culturali per oltre mille anni. Interessante il passaggio dove il don, testualmente, diceva: " Cartaginesi e Romani nulla hanno apportato ... hanno fatto solo disastri ..." "...Per non parlare dell'imposizione della religione cristiana e dello scellerato intervento di papa Gregorio Magno contro gli adoratori animaleschi di pietre e legni dipinti ..." In tale dissertazione il parroco sostenne senza ombra di dubbio che la religione in Sardegna era sostanzialmente monosteista, dove resistevano ai successivi inserti fallocentrici, retaggi fortemente femminili dal neolitico. Tali caratteristiche convivevano armonicamente nel culto, tali da far pensare all'unione del femminino e del mascolino in un'unica divinità. E', dunque in Sardegna, prima che in altro luogo, che attecchì il culto dell'unico Dio; culto successivamente introdotto in Egitto da Akenathon.
Dice prof. Gigi Sanna, in una dissertazione di epigrafia sul blog Monte Prama: “… Il toro è simbolo della bipenne perché è da riferirsi al 'doppio' e cioè allo schema MF o FM del Dio (all'androginia insomma). Osserviamo come è fatta la bipenne, con due 'penne' o parti diverse. Il 'toro' non è solo il padre (maschio) ma anche la madre. Dire Padre in semitico cioè 'AB(A) vuol dire dire 'casa' (beth) del 'Toro' ( 'aleph). Il toro che dà la vita non può essere se non padre e madre assieme. Ecco perché a Gremanu di Fonni c'è il fallo enorme (toro) e più avanti la vulva enorme (toro). Entrambi come 'bipenne' costituiscono il toro celeste, la potenza generante della Divinità androgina. La bipenne naturalmente assurge a simbolo oltre che di potenza creativa di potenza distruttiva. La divinità che dà la vita ma che dà anche la morte. Nel caso del menhir è evidente l'ambiguità del segno. La lastra tombale riporta nello stesso tempo il simbolo del negativo, della morte ( che è avvenuta) ma anche il simbolo del positivo, della rinascita (che è già in atto per opera del 'Aba) ... La divinità yh androgina taurina con culto bipenne parla di quella divinità. Ma anche i nuraghi sono espressione della stessa divinità, così come le Tombe di Giganti e i Pozzi sacri. Il territorio potrebbe essere quindi il 'focus' da cui è partita la civiltà dei costruttori dei nuraghi. Sostengo che la costruzione dei tre 'monumenti' non sia altro che lo sviluppo, in termini architettonici, dei tre grandi segni del 'Menhirs': fallo -nuraghe, toro alato -tomba di giganti , bipenne -pozzo sacro. Ma ci vogliono le prove epigrafiche ed archeologiche che vengano studiate assieme. Cosa che purtroppo non si fa. La prova epigrafica può contare (i menhirs sono scritti e con un ben preciso tipo di scrittura pittografica e numerologica a 'rebus') ma non da sola …”.

Questo è il concetto focale: in Sardegna il retaggio fortemente femminile della divinità durò per millenni. E che la ritualità venisse progressivamente concepita secondo una visione androgina, contenitore contemporaneamente del femminino e del mascolino, lo dimostrano gli innumerevoli testimoni architettonici recanti sempre la dualità in perfetta simbiosi.



SANTUARIO GREMANU DI FONNI

 QUADRO 8:


L’archetipo femminile e androgino è, in Sardegna, straordinariamente esemplificato nelle straordinarie strutture architettoniche tridimensionali e, generalmente, luoghi di culto come, ad esempio, i pozzi sacri. Straordinariamente conservato e molto conosciuto è il sito di Santa Cristina di Paulilatino, in provincia di Oristano. La forma trapezoidale convoglia il visitatore a percorrere una scala perfettamente scolpita e levigata che induce al centro del ventre della Madre verso l’acqua medica e sacra. Il complesso è allineato con la luna e così, ogni 18 anni e mezzo la luce lunare va a riflettersi nell'acqua contenuta in seno alla struttura attraverso un foro. Ho vissuto tale esperienza solstiziale due volte nella mia vita e devo dire che vivere tale emozione è ancor oggi fortemente toccante e rigenerante, così come negli intenti delle Madri dell’Acqua Sacra era il rito della rigenerazione. La forma del pozzo riproduce nel dettaglio l’anatomia dell’organo sessuale femminile con circolari grandi labbra esterne, piccole labbra interne a forma di chiave, la vagina, l’uretra e il clitoride, a dimostrazione che la cultura cosiddetta “pagana” dava grande importanza alla sessualità e all'orgasmo femminile, secondo una cultura congrua a quella tantrico- induista dello yoni e del lingam, che esperimentava il rapporto d’amore basato sul piacere reciproco, in netta contrapposizione con la cultura patriarcale che rilega il piacere femminile alla penetrazione finalizzata al solo piacere del maschio e all'atto generativo. Con la demonizzazione dell’Ancestrale Culto Femminino, vivere gioiosamente la sessualità diventa per la donna atto d’abominio; ancora oggi subiamo i retaggi di tale deformazione mentale e dell’inconscio collettivo, peraltro stimolato alla perversione dagli atti criminali consumati ai danni delle donne col nuovo culto inquisitorio e incoraggiato  dallo stesso Freud il quale, attraverso orride teorie della sua più perversa psicanalisi sosteneva che il clitoride fosse un residuo evolutivo del tutto inutile e dunque da rimuovere alla nascita. Ancora oggi migliaia di bambine vengono sottoposte all'aberrante pratica della clitoridectomia e  della infibulazione. Consiglio la lettura del libro “La chiave del sigillo” di Lorena Bianchi, che parla in maniera originale della funzione dei pozzi sacri.
Pozzo Sacro di Santa Cristina di Paulilatino - OR - SARDINIA.
QUADRO 9:

E non solo nell'architettura cultuale è proposta la concezione androgina della divinità, ma anche nella ritualità e nel simbolismo cultuale.
Assolutamente rivelatrice, in questo senso, è il passaggio dalla cultura androgina a quella patriarcale attraverso l’analisi  della enigmatica figura di SU CUMPONIDORI di SA SATILLIA di Oristano: la Stella, il Sortilegio. E’ un rito antichissimo legato alle cerimonie prodigiose della fecondità in sincronismo con i ritmi del calendario lunare, i cicli della vegetazione e, sincreticamente con l’attuale candelora dei cattolici, in cui viene purificata la Madonna. Nonostante la festa sia fatta risalire al XV secolo, basta osservare il cerimoniale e lo svolgimento stesso del rituale per comprendere che essa risalga a tempi di gran lunga più antichi, addirittura ancestrali, ai riti cosiddetti pagani.
Sostiene Tilde Giani Galliano, nel libro “La ferita e il re” “… Ritrovare ai giorni nostri una cerimonia pagano- cristiana del folclore sardo che si ripete pressoché inalterata nei secoli, forse da millenni, conferma la scoperta compiuta da Jung dell’inconscio collettivo e degli archetipi, intesi come immagini primordiali autoctone, cioè capaci di rigenerarsi per forza autonoma e provenienti da una matrice inconscia comune a tutti i popoli, senza distinzione di tempo, né di luogo, né di religione o cultura … Secondo la nostra interpretazione, la festa della Sartiglia, rappresenterebbe una vera e propria annunciazione della fertilità maschile. Vale a dire che il maschio proclamerebbe in questo modo la sua fecondità e la sua capacità di riprodursi … Tale annunciazione sarebbe vissuta come una sorta di mistero gaudioso che per essere assimilato deve essere ri-comunicato e ri-confermato in modi diversi attraverso i secoli sotto forma di mito, di saga, di danza o di rito, ed iterato a scadenze cicliche per rassicurare l’inconscio maschile sulla fertilità dell’uomo, a livello individuale e collettivo … Per ottenerla bisogna ricorrere alla magia delle donne che, con la loro sapienza e potenza possono trasferire sul maschio, apponendo l’enigmatica maschera, poteri sovra maschili, cioè femminili. Solo così il maschio può apparire biologicamente uguale alla femmina, con quegli stessi poteri che la donna manifesta naturalmente e riconferma di continuo attraverso la sua sincronicità cosmica … Dopo una lunga vestizione egli diventa femmina nella parte alta del corpo e gli viene consegnato un mazzo di violette “Sa Pippìa de Maiu”, ovvero “Bambina di Maggio”, nome ambiguo che potrebbe anche significare “vergine di maggio” o, anche, l’ambiguità del nome risiede anche nel fatto che sa pippìa in sardo può significare sia bambina che organo genitale maschile o femminile.





 QUADRO 10:

In Sardegna si visse in una condizione d’armonia per millenni: per tutto il neolitico coi riti della Madre e in seguito con la comprensione del contributo alla nascita del fallo secondo una visione androgina della Divinità. In perfetto equilibrio con la natura e i suoi elementi fino all'usurpazione della deità così ben espressa da Su Cumponidori.
Furono gli sgherri e i parabolani di Gregorio Magno che misero fine, almeno formalmente, dato che in forme segrete il culto della Madre è continuato per sempre, al culto della Dea.
Da Gregorio Magno in poi la chiesa ha investito molte energie per soffocare il senso religioso tra i sardi. Alla fine, dopo aver tanto distrutto, prese atto che questo popolo era troppo testardo e che non intendeva rinunciare ai suoi riti. Non restò, però, sasso, betile, menhir, scultura, in Sardegna, col nome originale: tutto venne reintitolato con denominazioni richiamanti le nuove divinità o indicato come demone di cui aver paura. Fu inculcato il senso di colpa e fatto leva sul timore delle tenebre infernali.
Particolarmente abominevole fu l'azione consumata contro le Janas, Sacerdotesse-Maestre del Tempo e Custodi delle Fonti Sacre della Salute che, indomite, resistevano a procrastinare la millenaria religione. Esse furono violate e spesse volte uccise, nonché, in maniera nefandamente antecedente, rispetto ai roghi della Santa Inquisizione in Europa, vennero dipinte come donne malefiche e chiamate Orgias, streghe, in opposizione al termine Janas, che significa "CAPO", a definitiva significazione del carattere muliebre dell'organizzazione sociale, come detto ancestrale retaggio della civiltà, in Sardegna, dal Paleolitico. Ancora oggi restano le spaventose leggende raccontate al caminetto, "contus de forredda", dalle nostre nonne, "Orgia 'aràbiosa" o Lughìa aranegòsa", l'avara strega trasformata in pietra da dio a causa della sua crudeltà. Non a caso, come dicevo, ogni pietra, in Sardegna, da sacra è diventata soggetto di maleficio e/o punizione divina.
 Sull'ipogeo di San Salvatore del Sinis, vicino al mio paese, Cabras, si dice che l'heroon del tempio fu tenuto sottoterra proprio per procrastinare il culto delle acque nel ventre della Dea Madre. 




QUADRO 11:

Mi capita, concentrandomi nella visualizzazione del crudele misfatto, consumato a danno delle sacerdotesse dell’acqua sacra, di immaginare la protervia malefica dei sopraffattori del nuovo culto del Dio Padre i quali, calunniando e vituperando le artefici del millenario culto, esperimentarono ogni escamotage per eliminare il culto ancestrale. 
La distruzione del nemico attraverso l’ars diffamatoria venne sicuramente affinata in quel contesto storico, raggiungendo l’apice in epoca medioevale attraverso i processi fatti alle streghe in tutta Europa. 
La Chiesa ha prodotto nei secoli diversi ottimi documenti come il Canon Episcopi, risalente addirittura all'undicesimo secolo e destinato ai vescovi contro la superstizione, dall'altro ci sono ben 13 bolle in cui viene accettata la realtà della stregoneria, tutt'oggi non abiurata, quindi ancora valida!  (Web: la Santa Inquisizione di Maria Benedetta Errigo).

 "Fra tutte le eresie, la più grande è quella di non credere nelle streghe e con esse, nel patto diabolico e nel sabba", questa è una citazione dal libro Malleus Maleficarum, il Martello delle streghe, il libro su cui si basarono gli Inquisitori per le torture e i processi alle streghe.



Tuttavia, l’aberrazione e la diffamazione come mezzo di eliminazione delle donne dal panorama religioso, filosofico e culturale in generale, identificate come plausibile “nemico della chiesa” è esercizio da sempre usato da papi e vescovi, che avevano tutto l’interesse politico a far si che la divinità venisse intesa in senso maschile, non femminile.
Il culto del Dio Padre assunse a sé la concezione trina dei riti alla Dea, quando nella rappresentazione taurina sintetizzava il femminino col mascolino uniti dal soffio divino in una perfetta e immortale relazione. La trinità volse completamente al maschile (padre, figlio e spirito santo) e fu inculcata nel popolo la concezione equivoca del Dio Unico.
La donna, da dea, fu sottomessa dalla forza brutale dei rappresentanti della nuova religione, divenne schiava, ancella del signore: non più sua pari e parte complementare della divinità. Venne relegata nei ranghi più infimi e annientata, anche attraverso l’utilizzo dei mezzi più crudeli, affinché col terrore e la paura potesse restare l’imprinting di inferiorità nei millenni, finanche rimuovendo le origini della vera storia e della reale identità della donna.
 In Sardegna, fortunata terra d’equilibrio e armonia, luogo tra i primi illuminanti esempi di sintesi perfetta tra le tre sfaccettature della divinità, gli adoratori delle stelle vennero infamati e accusati di paganesimo e adorazione del diavolo e perseguitati. A pagare lo scotto maggiore di tale persecuzione furono le sacerdotesse dei riti sacri (aria, acqua, terra, fuoco), custodi del Tempo, della Tradizione e delle pelli sacre. Le janas, maestre di scrittura, di medicina e di filosofia, vennero sistematicamente perseguitate e annientate in tutto il bacino del Mediterraneo.

La storia è piena di episodi eclatanti che dimostrano la sistematica rimozione della deità del femminino a favore dell’Uomo – Dio Padre




QUADRO 12:

Voglio rendere testimonianza e onore, in questa mia dissertazione di ricerca a colei che, per me, rappresenta uno degli esempi più eclatanti e rivelatori della tragedia che noi donne subimmo con l’avvento del patriarcato. Parlo della Filosofa, Maestra, Matematica Ipazia di Alessandria d’Egitto che, nel 415, rivestiva un ruolo sociale di grande prestigio. Socrate Scolastico e altri storici la rappresentavano come una delle figure di massima saggezza e competenza oratoria dell’epoca, ascoltata attentamente in qualsiasi consesso, anche interamente al maschile. La sua scuola di matematica e logica era rinomata e frequentatissima. Ella era custode del Sapere Millenario e della biblioteca di Alessandria, la più importante del mondo in quell'epoca  L’esecrabile assassinio di Ipazia fu consumato sullo sfondo della calunnia presso il popolo della chiesa che sosteneva che ella, grande amica del prefetto di Alessandria (del quale era stata maestra) Oreste, impedisse a costui di  riconciliarsi col vescovo Cirillo. Nel marzo 415, in quaresima, un gruppo di cristiani e parabolani, guidati da un certo Pietro, sorpresero Ipazia al ritorno a casa. La tirarono giù dal carro trascinandola sul sagrato della loro chiesa; lì giunti le strapparono la veste e la lapidarono con dei cocci; la fecero a pezzi  con schegge di conchiglie e, infine, bruciarono i poveri resti nel cosiddetto Cinerone. Dopo la morte di Ipazia fu aperta un’inchiesta-farsa, dalla quale risultò la non responsabilità del vescovo Cirillo, sostenuto dalla corte imperiale di Costantinopoli in cui regnava Elia Pulcheria, sorella dell’ancora minorenne Teodosio (408-450).
Entrambi costoro, Cirillo e Elia, vennero dichiarati santi dalla chiesa e ancora lo sono.
Solo cento anni dopo, nel 485, il filosofo Damascio, recatosi ad Alessandria, vide quanto ancora era vivo il ricordo della grande donna filosofa Ipazia e, così, scrisse la sua biografia. In essa Damascio non nasconde nulla e, senza mezzi termini, accusa esplicitamente Cirillo e la corte imperiale della sua morte.
Ecco il rendiconto dell’assassinio di questa donna.
(Per inciso: da me tanto amata e che abbraccio con le lacrime agli occhi per il supplizio che dovette sopportare per tutte noi nei secoli dei secoli).

“… Cirillo, vedendo la gran quantità di persone che frequentava la casa di Ipazia, si rose a tal punto nell'anima che tramò la sua uccisione, in modo che avvenisse al più presto possibile. Un’uccisione che fosse tra tutte la più empia. Una massa enorme di uomini brutali, veramente malvagi, uccise la filosofa e mentre, ancora, respirava le cavarono gli occhi.





Dice di Ipazia Adriano Petta, coautore del romanzo storico a lei dedicato “Ipazia, scienziata alessandrina: come la Chiesa cattolica assassinò una delle menti migliori dell’antichità”:
“Ipazia fu una donna grandissima … astronoma, matematica, filosofa: ho avuto paura di non riuscire a onorare la prima martire della Ragione.
Che accadde quel lunedì 8 marzo dell'anno 415?


Ipazia aveva 45 anni. Stava dedicando tutta se stessa allo studio e alla diffusione della conoscenza non solo tra gli studiosi, ma in mezzo al popolo: sapeva che la Conoscenza era strumento d'emancipazione, di libertà. Questo fu il motivo principale che portò l'alto prelato di Alessandria d'Egitto a ordire un crimine così efferato nei riguardi di una delle più grandi creature che il genere umano abbia mai avuto. 500 monaci parabolani - le guardie del corpo del vescovo e patriarca Cirillo, che pochi mesi prima avevano massacrato e cacciato da Alessandria l'intera comunità ebraica - l'afferrarono mentre tornava a casa, la trascinarono nel Cesareo, la cattedrale cristiana, la denudarono, il loro capo Pietro il Lettore con dita armate di unghie affilatissime le cavò gli occhi e li gettò sull'altare, la lasciò in pasto alla turba scatenata che - con degli affilatissimi gusci di conchiglia - la fecero a pezzi, corsero per la città inneggiando alla vittoria, trascinando un sacco grondante di resti sanguinolenti. Alessandria era finalmente libera da colei che guariva con la magia della musica e che studiava astrologia. Si recarono al Cinerone, dove si bruciava la spazzatura, e lì gettarono i resti mortali d'Ipazia, esultando con le parole di Agostino che diceva che la donna è solo "immondizia". 



Agostino, Cirillo, Ambrogio, Giovanni … l'esercito di vescovi cristiani che sottomisero l'impero romano agonizzante. Ambrogio riuscì a far strisciare ai suoi piedi - nella cattedrale di Milano - l'imperatore Teodosio: era il natale del 390 d.C., data che avrebbe segnato il destino dell'umanità intera. La Chiesa non aveva più ostacoli davanti a sé … tranne quell'inguaribile sognatrice-scienziata pagana di Alessandria che dopo una giornata di studio, indossava il mantello nero dei filosofi e andava in giro per la città in mezzo alla gente, a insegnare Platone, Aristotele, astronomia, l'uso della ragione, consigliando di non portare in chiesa oro o donazioni per curare un figlio malato, ma di andare da un medico. Il massacro d'Ipazia servì anche da esempio: nessun allievo, infatti, ebbe il coraggio di lasciare una testimonianza. Chi tentò di farlo, scomparve assieme ai suoi scritti. Alcuni si rifugiarono in India. Il vescovo e patriarca Cirillo governò da padrone assoluto Alessandria per i successivi trent'anni. I libri d'Ipazia e di tutta la Scuola alessandrina furono bruciati, la sua memoria cancellata. Il martirio che subì Ipazia segnò la fine della più importante comunità scientifica dell'umanità. Ma Cirillo non pensò a distruggere le lettere di Sinesio di Cirene, l'allievo più caro d'Ipazia, diventato vescovo di Tolemaide: a lui dobbiamo molte delle notizie della vita e delle opere della scienziata alessandrina. Vita raccontata, inoltre, dagli storici Socrate Scolastico, Damascio, Filostorgio e Sozomeno. San Cirillo d'Alessandria, Sant'Agostino da Ippona, Sant'Ambrogio da Milano e San Giovanni Crisostomo… santi e padri della Chiesa. Che poteva fare Ipazia contro questi quattro colossi? Solo gettare dei semi, i semi della Conoscenza. Scrivere e nascondere dei libri sotto al Faro d'Alessandria con la speranza di tramandare ai posteri il suo Sapere. 
Anche per restituire a creature come Ipazia un po' di giustizia.




Con la speranza di arrestare la dissoluzione dell'impero e l'avanzata dei barbari, Teodosio I e i suoi figli firmarono uno scellerato patto di sangue con la Chiesa cattolica. Ambrogio fece promulgare all'imperatore un editto dietro l'altro facendo cancellare ogni forma di studio, di libero pensiero, di religione che non fosse quella cristiana. Bruciarono tutti i templi pagani, i sacerdoti, le biblioteche, cancellarono le Olimpiadi, i misteri eleusini. Lasciarono completa libertà a Cirillo affinché divenisse il padrone assoluto di Alessandria. Il vescovo-patriarca Cirillo aveva studiato per cinque anni nel monastero della Nitria, lì era stato ordinato Lettore, lì aveva stretto vincoli d'amicizia con i monaci parabolani - di cui si servì per sterminare ebrei, nestoriani, novaziani e pagani - e con Pietro il Lettore, a cui ordinò di trucidare Ipazia, l'ultima voce libera dell'antichità. 

Non è a caso che a Ipazia fu riservata una morte così atroce...

Erodoto disse che "un uomo si giudica dalla sua morte". Lei era l'erede della scienza antica, l'ultima rappresentante della scuola che aveva cambiato la concezione del mondo. Aveva rifiutato di convertirsi al cristianesimo dicendo "Se mi faccio comprare, non sono più libera. E non potrò più studiare. È così che funziona una mente libera: anch'essa ha le sue regole".
Se fosse stata uomo, l'avrebbero solamente uccisa. Essendo donna, dovevano farla a pezzi, come la dea madre di Babilonia, nella cattedrale cristiana, per rendere quel massacro simbolico d'un sacrificio. Per escludere, nel cammino dei secoli a venire, metà del genere umano. Questo delitto segnò la fine del paganesimo, il tramonto della scienza e della dignità stessa della donna. Ancora oggi nel mondo della scienza solo un 5% dei vertici è donna, mentre è donna oltre il 60% della manovalanza. Nel 1999 l'Unesco ha creato un organismo per aiutare la donna a entrare nel mondo della scienza e a questo progetto ha dato il nome "IPAZIA".
Ecco, nel Cinerone bruciarono Ipazia, sorella illustre, da tutti ancora considerata tra le più grandi personalità della cultura umanistica, storica, filosofica e scientifica dell’Umanità.

Se fosse stata uomo, l’avrebbero solamente uccisa. Essendo donna l’hanno fatta a pezzi, nella cattedrale cristiana, per rendere quel massacro simbolo di terrore per le altre donne, affinché ogni loro anelito di libertà venisse represso nel sopruso e nella paura.

 
QUADRO 13:

Questo era il metodo in uso. Dunque perché non anche in Sardegna?
Ancora oggi viviamo anche noi le medesime condizioni culturali in una perenne condizione di sudditanza e inferiorità rispetto all'autorità costituita e al genere maschile.
La domanda è ovvia.
Furono queste le stesse modalità con le quali vennero assassinate anche qui tutte le sacerdotesse-maestre-janas che tenevano viva la Tradizione Ancestrale?
Molti studiosi, ormai, testimoniano la grandezza della nostra scuola di filosofia e scrittura: una delle più insigni del Mediterraneo, a giudicare dalla ricchezza della Civiltà che stiamo pian, piano riscoprendo, ma che è sotto i nostri occhi se ci degniamo di osservare attentamente quanti oggetti rappresentano tale grandezza attraverso i vari retaggi del quotidiano esistere in Sardegna, sempre soverchiati sincreticamente da operazioni della chiesa cattolica.
Come furono violate e uccise le nostre sacerdotesse, le nostre janas, maestre, guaritrici, shamane, filosofe, matematiche?
Mi sono chiesta in che modo avrei potuto trovare testimonianze certe di tali efferatezze.
Ed ecco l’illuminazione: nella Lingua di Cabras!
Sono andata a frugare nel mio bagaglio linguistico del crabarissu ancestrale e all’improvviso risuona nella mia mente una frase usatissima tra i vecchi della mia infanzia e nella mia famiglia; una frase sentita tante volte, ma mai inquadrata consapevolmente e ascoltata per il suo giusto significato.
La frase è:
‘Ancu sìast fitiperiàda, spredigonàda e ispreditziàda in su fogu po sempiri!”.
Traduzione:
Che tu sia ingiuriata, uccisa con le pietre e dispersa per sempre nel fuoco!”.
ILLUMINANTE!!!
Quanti assassini crudeli e quanti roghi sono stati consumati sull’eco di questa maledizione!

 

L’uomo, deviato dal potere onnipotente del suo genere, non poté più concepire l’equilibrio dell’androginia e il furore della supremazia giustificò i raptus d’odio che si consumarono sulla donna nei secoli dei secoli. Riuscito è il tentativo di rilegarla in una condizione perpetuamente inferiore e asservita al maschio, divenuto signore assoluto della Terra dall'avvento del Dio Padre, il quale soverchiando la Natura - Dea Madre e la forza androgina del culto religioso, impose definitivamente, fino a oggi, la supremazia dell’Uomo sulla Natura.
CON LE GRAVISSIME CONSEGUENZE, PER IL PIANETA, CHE SONO SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI!

QUADRO 14:

In Sardegna, tuttavia, persevera, in maniera nemmeno tanto latente, la visione di Maat che ha saputo bucare la cortina spazio-temporale.
Perlomeno è grande la consapevolezza che il modello misogino sta portando il pianeta al collasso e molte forze implorando il ritorno della Dea per porre fine al tormento e tornare all'Armonia.
E’ tipica del nostro retaggio culturale ancestrale la relazione dialettica concepita secondo una visione armonica tridimensionale la cui relazione implica la dualità sempre inscritta in un contesto trino. Una trinità imprescindibile dove l'androginia è contenuta nello spirito divino; dove causa ed effetto, dunque la relazione casuale va ad incastrarsi perfettamente e sincronisticamente con l’evento acausale, proponendo come costante una concezione circolare della vita, sempre filosoficamente interpretata secondo una visione cosmica: così nell'architettura  così nella scrittura, entrambi atti religiosi sacri dell’opera umana, dai quali scaturiscono tutte le altre opere che rendono all'uomo la sua divinità.
Nei millenni di storia della nostra amata isola la costante è quella dell'aver saputo travalicare il tempo tramandando, di generazione in generazione, una cultura straordinaria che, purtroppo, è stata gravemente compromessa di secolo in secolo. 




QUADRO 15:

Oggi, nonostante la frustrante rimozione della nostra storia, cerchiamo di ritrovare i pezzi del puzzle, coinvolti in un'azione tra pari di buona volontà che, in generale, si battono per il ripristino delle verità storiche e l'annientamento delle mafie imperanti.
Noi abbiamo la fortuna di poter osservare il passato nel presente.
La nostra vita è uno straordinario stargate, ove poter controllare con approccio sistemico e olistico le tracce di antichi passi che possiamo ritrovare non solo con lo studio dei formidabili siti e reperti archeologici, ma nel quotidiano esistere attraverso le meravigliose opere della nostra sartoria, oreficeria, medicina, fitoalimurgia, cucina, panificazione, e rito.
Soprattutto nel rito ogni citata opera e manifattura è ascrivibile, in quanto ogni cosa ha sacro valore e tutto viene inscritto in un contesto naturale congruo, cui l'oggetto è sacro simbolo: la roccia è sacra, l'acqua è sacra, la natura è sacra. Ancora oggi la roccia è considerata magica e taumaturgica: in Sardegna, non vi è sasso che non sia legato ad una leggenda. La tradizione orale ha portato fino a noi gli echi di una cultura mitologica ricchissima che si è conservata nonostante i parchi precetti imposti, con grande fatica, dal lentissimo processo di cristianizzazione. Non c'è donna vecchia, ancora oggi, che non conosca le pratiche antimalocchio, de s'ogu, nenniri, brebus, afumentus, acua likornia, imbruscinaduras: arti terapeutiche legate ai lunistizi, i momenti opportuni per tagliare la canna e i capelli e i vari tipi di legna o arbusti e per curare i mali minori. Molte feste religiose segnano il giusto tempo per tali ritualità camuffate dal dogma cattolico. Per esempio, a dimostrazione della dialettica androgina della divinità ancestrale, a Pasqua S'INCONTRU  tra  Maria e Gesù risorto, non contemplato in alcun vangelo, persiste in Sardegna in sostituzione dei primi riti del solstizio di primavera, laddove al buio e al freddo inverno segue la nuova vita e la festa della primavera e dell'abbondanza del futuro raccolto. Nella notte di SAN GIOVANNI si raccolgono le erbe medicinali e si praticano numerosi riti medicamentosi (meighina de is porrus in funtàna; afumèntu po su daori 'e conca; s'enna 'e s'anima aciufada; antosas; caloris e frigatzionis de mei). Per SANT'ANTONIO le notti di moltissimi paesi dell'isola brillano della luce di enormi falò, fagalonis, le cui ceneri propiziatrici vengono poi sparse nei campi dalle donne, poiché sono esse a dare la vita. Ho partecipato, quand'ero ragazza, ad uno di questi commoventi riti ed è stato un onore, per me, spargere le ceneri sulla terra all'alba. Debbo anche dire, per dovere di cronaca, che questa usanza è andata sparendo in questi anni; le ceneri vengono raccolte da coloro che vegliano il fuoco tutta la notte, non necessariamente dalle donne: si è perso il connotato antropologico originario.
Mia nonna mi raccontava che la donna fino ai primi del novecento era considerata sacra: quando era incinta metteva sa "perra in tzrugu me in s'umbustu" (un fazzoletto sul corpetto di broccato) delle tonalità dell'azzurro e gli uomini si "spogliavano" del cappello al suo passaggio facendo un inchino. 
Lo trovo meraviglioso! 
Peraltro di questa usanza sono forse unica testimone, dato che non ho mai trovato riscontro di tale usanza in alcun testo.
Mi piacerebbe che chi legge, se conosce qualcosa di pertinente me lo facesse sapere.
Tutto veniva purificato dal fuoco e benedetto dall'acqua.
Al bimbo appena nato o alla giovinetta che aveva il primo mestruo si metteva un braccialino verde al polso cun d'unu corritteddu de crebu imbrebàu (un cornetto di cervo benedetto con i brebus), o una collanina d'oro o argento con appeso su skrapolariu contro il malocchio: un sacchettino in pelle o in stoffa pregiata che conteneva un miscuglio di erbe sacre e benedette in luna piena o un occhio di santa Lucia immerso in acqua nella fonte sacra. Particolare attenzione viene riservata alla difesa dalle persone invidiose contro le quali trova significativo riscontro la lavorazione di amuleti in ferro da appendere al collo contro il velenoso influsso della malvagità e dell'invidia: nella notte di passione della domenica delle palme migliaia di forreddas nelle botteghe dei fabbri ferrai si accendevano con mantice a braccia e a suetus in Sardegna.
Questo fino alla seconda metà del novecento. 


QUADRO 16:

Da “LA FERITA E IL RE” di Tilde Giani Gallino: “ … Un re medioevale, avvolto nel suo manto di ermellino, custodisce una coppa magica e soffre, al cambiar della luna, di dolori mestruali. Un cavaliere maschio, travestito da donna, corre ancor oggi al galoppo sulle strade della Sardegna per rendere fertili i campi. Ognuno di noi si è divertito almeno una volta nella vita a penetrare in un labirinto anche solo disegnato, per poi dimostrare di saperne uscire; e ognuno di noi non si è potuto trattenere dal pensare alla “buona fortuna” guardando un ferro di cavallo … Quando si è costituita la società patriarcale, tuttora dominante, si sono voluti artatamente creare due blocchi contrapposti: da un lato la cultura maschile = Logos = la fredda razionalità = la padronanza di sé = l’aggressività = l’autorevolezza e l’autoritarismo di chi si sente chiamato a dominare le sorti del mondo e non ha dubbi d’essere il migliore. Dall’altro lato la biologia femminile con tutti i suoi stereotipi: i comportamenti governati dall’Eros, i sentimenti lasciati trapelare o addirittura sbandierati, gli atteggiamenti passivi, l’arrendevolezza, la disposizione ad accettare di essere guidate dai maschi. La ciclicità considerata quasi come un handicap che può influenzare i modi di essere e le scelte della vita e di lavoro, o impedire la professionalità … Ancora oggi, basta andare un po’ a fondo a qualsiasi discorso, o osservare gli atteggiamenti dei singoli e dei gruppi, per scoprire che al di là della patina di modernità, di apertura, la cultura maschile predomina e, soprattutto, si contrappone alla biologia femminile … Al contrario di quanto si crede comunemente, in realtà, è proprio la cultura patriarcale e maschile ad essere collegata in modo indissolubile alla biologia … L’uomo si è tanto calata nel biologico da confondere le funzioni intellettuali con quelle genitali-maschili. Non avere il fallo equivale a non avere il cervello, non avere un mente pensante e, soprattutto, non poter accedere alle cariche di potere e alle professioni più prestigiose … Solo l’uomo può fare la storia … la donna può avere solo una storia personale.“.
Ma come noi abbiamo visto nei quadri di questa coperta non è sempre stato così: gli esseri umani, ancor prima delle piramidi egizie e dei nuraghi, hanno esperito un modus vivendi al femminile votato all'armonia.
Tale considerazione ci autorizza a fare quella immediatamente successiva che potrebbe di nuovo non essere così! E’, infatti dagli archetipi della biologia femminile che sono scaturiti i contenuti della cultura maschile: non viceversa. Perfino la ciclicità mestruale e la sua fertilità sono state assorbite ai fini del potere maschile, attraverso i miti come quello di Su Cumponidori qui in Sardegna o altri della cultura europea, come ad esempio quello medioevale del re del Graal, il re magagnato, che soffriva per una stranissima ferita nell’inguine, che non si rimarginava mai e che sanguinava e gli recava un particolare dolore al cambio di luna.(pag 23). Tale, evidente, metafora del ciclo mestruale, non solo non rendeva ridicolo il re ma, al contrario, grazie a tale caratteristica, egli acquistò fama di possedere doti taumaturgiche e magiche





 QUADRO 17:

Nella nostra cultura ogni manifestazione che nella donna assume connotati disprezzabili, diventa sacro e mitico al maschile: il mito del re ferito che sanguina ciclicamente e che custodisce il mistero del Graal ebbe notevole successo dal 1190 al 1250 dove tali racconti mitologici fiorirono anche nei due secoli dopo, dove si intersecano misteriose relazioni tra il Graal dell’Immortalità con le avventure di Parcival, Artù e i cavalieri della tavola rotonda fino alla storia di Giuseppe d’Arimatea, cantate dal famoso poeta Chretièn de Troyes e Wolfram von Eschenbach (pag. 20). Tali miti dimostrano che l’archetipo del supremo potere femminile, sconfitto nei millenni, tormenta inconsciamente il maschio il quale, nell’invano tentativo d’essere divino come la donna si è macchiato di colpe imperdonabili poiché impresse,  oramai, nell'anima mundi. Com'è deducibile tale supplizio si agita nell'inconscio collettivo; nella cattiva coscienza tormentata dai rimorsi: esso è causa del malessere di vivere insinuatosi subdolamente nella società contemporanea, ancora complice di tale nefandezza.


 
Una ennesima considerazione tratta dal libro mi induce all'inevitabile deduzione che quella che ci è stata inculcata come “invidia del pene” per noi donne è, in realtà, l’esatto opposto, ovvero l’ennesimo riuscito tentativo di far sentire la donna in condizione di inferiorità di genere. Perché la donna che è dea capace di generare nuova vita dovrebbe invidiare il pene? Per fare la pipì in piedi? Sul piano del ridicolo si sono consumati secoli e secoli di storia. E’ tempo di ridare la giusta dimensione alle cose. Di fatto abbiamo ben capito che in tutta la storia dell’umanità nulla è stato rappresentato architettonicamente sulla faccia della Terra che non rappresentasse la deità del femminino androginamente concepito.Anche attraverso la relazione tra madre e figlio in tutte le antiche culture, il culto di Adone, che fu praticato dai popoli semitici di Babilonia e Siria e, nel VII sec. a. C. dai greci, si rifaceva al culto di Hishtar, la Grande Dea Madre, e Tammuz in quanto Adone deriva dal semitico Adon “signore”; Iside e Horus; Maria e Gesù.




QUADRO 18:


All'inizio era Madre e Figlia, ma la Madre cedendo alla forza totale dell’Amore ha voluto rendere deità anche al Figlio. Tale passaggio è stato determinante per l’evoluzione del libero arbitrio della specie umana. La Madre, in nome della coerenza nel rendere i propri figli dei ha preferito rischiare d’essere fatta a pezzi dal figlio ingrato e malvagio.   Cosa che si è puntualmente verificata nel prevalere della presunzione di superiorità di genere.
L’Uomo si è fatto Dio e ha concepito la sua Grandezza. In essa la continua minaccia dell’Apocalisse come punizione al Male in eterna diatriba col Bene.
Anche questa querelle totalmente gestita al maschile, come sappiamo.








QUADRO 19:

Ma se per Parzival valeva il principio che egli sarebbe rimasto magico a patto che nessuno parlasse del mistero del suo inguine sanguinante, io credo fermamente che lo stesso precetto valga anche per noi donne e uomini d’oggi: nel silenzio lasciamo che si consumino le peggiori atrocità. Una cosa che ancora non ho detto: la cultura della Madre reclama il coraggio della testimonianza e la coerenza dell’impegno perseverante per il ripristino dei veri valori dell’Esistere secondo Giustizia, Uguaglianza e Condivisione.
E’ la cultura della felicità come dovere e dell’esser consapevoli circa lo scopo reale della Vita sul Pianeta.
Parliamo, diciamoci ciò che sappiamo, togliamo il potere al solo Padre e riprendiamoci l’armonia della Madre e del Padre insieme, come è nella nostra genesi.
Poiché sappiamo che chi lascia che l’Ingiusto sieda al posto del Giusto merita di sprofondare nell'abisso.

La Madre Androgina non concepisce l’Apocalisse, ma persegue la via dell’Amore e della Pace in Terra.












QUADRO 20:


L’impostazione bellica delle società sempre impegnate nell’ampliamento degli imperi, la definizione della nuova geografia sul pianeta, determinarono una sempre più severa e cruenta visione maschilista e patriarcale della società. In tale quadro sociale la donna ebbe uno spazio sempre più esiguo e dipendente dal maschio, che divenne suo padrone schiavizzandola per secoli. Nella società romana e peggio in quella greca, per esempio, le bambine venivano promesse spose da appena nate e concesse al marito dodicenni, con quel che ne consegue in materia di stupri autorizzati e innumerevoli morti per precoci parti. Il pater familias aveva sulla donna diritto di vita e di morte. Solo nel primo secolo a.C. e fino al primo d. C. le donne romane conobbero un tempo di emancipazione dalla schiavitù nei confronti dei maschi: avvenne poiché raggiunsero l’indipendenza economica attraverso strategie intelligenti di commercio e eredità. Famosa la presa di posizione delle donne romane durante il regno di Ottaviano Augusto le quali, per salvarsi dalla punizione del reato di adulterio che prevedeva gravissime pene, se non la morte, non essendo questo previsto per le meretrici, si iscrissero in massa nei registri della prostituzione, professione che godeva di grande libertà. In Sardegna la donna visse in maniera molto dignitosa, nonostante gli sconvolgimenti sociali, fino al tempo dei giudicati. Eleonora fu l’ultima rappresentante di tale retaggio culturale che, si era tuttavia definitivamente affievolito con l’avvento della Chiesa Cattolica e i suoi continui atti soppressivi e impositivi, la quale impersonò concretamente il potere del pater familias definitivamente formalizzato nella  Legge delle XII tavole.  I diritti del pater familias vengono tutt’ora esercitati presso molte società nel mondo, infatti, come ben sappiamo la violenza sulle bambine e le mogli bambine si consumano in maniera aberrante in migliaia di casi nel quotidiano sotto i nostri esterrefatti occhi.





FOTO DI STEPHANY SINCLAIR
 
QUADRO 21:


INNO ALLA DEA ISHTAR
875 A.C.


Quando sono seduta
sulla soglia di una taverna,
io, Ishtar, la Dea,
sono Prostituta, Madre, Sposa
e Divinità.
Sono ciò che si chiama Vita;
benché voi la chiamate Morte.
Sono ciò che si chiama Legge
Benché voi la chiamate Emarginata.
Io sono quello che voi cercate
E quello che avete ottenuto.
Io sono ciò che avete diffuso.
E ora raccogliete i miei pezzi.

Mantra

Ecco, io, cucendo i quadri della mia coperta patchwork, ho cercato di raccogliere e rimettere insieme i pezzi della Madre bruciati nei cineroni del mondo patriarcale.
E’ un passaggio obbligatorio per poter ristabilire precetti d’uguaglianza, essendo consapevoli delle colpe di cui la società patriarcale si è macchiata dal momento del ripudio della concezione androgina e della pari dignità imposta da Maat, la Regola Immortale.
A noi l’utopia di tornare dentro al precetto salvifico prima che sia troppo tardi.

Graziella Pinna Arconte


(Copyright © Maggio 2013 by Graziella Pinna Arconte, all right reserved.)





14 commenti:

  1. L'EDIZIONE DI STAMPA NON E' VENUTA BENISSIMO, MA CI TENEVO A POSTARLO NEL GIORNO DELLA FESTA DELLA MADRE. BUONA LETTURA.

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  2. Grazie carissima della dedica: non potevo avere un regalo più bello. Per ora ho solo guardato le figure...ed il titolo!

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  3. Col cuore, Aba ...
    Spero ti piaccia. Ho intenzione di approfondire i temi solo sfiorati ... tanti.

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  4. Hai ragione: facciamo ancora oggi, tutti, troppo poco contro certi fatti. Se non sbarrare gli occhi; non so se basterebbero 1000 anni, se iniziassimo subito, per tornare a Maat. L' imprinting è così forte che le donne cosiddette di successo, lo diventano comportandosi ...come uomini.

    Quanto alla concezione androgina della divinità sarebbe indigeribile, se facessi un sondaggio, per, diciamo il 70-90% delle persone? donne incluse.Ma basta riflettere su come la Chiesa ha dovuto elucubrare su Maria: nella Bibbia si dichiara "serva del Signore", nel dogma e nella preghiera odierni è la Madre di Dio.

    "La distruzione del nemico attraverso l’ars diffamatoria": ecco questo è il retaggio più schifoso che i secoli ci hanno lasciato, il metodo dell' essere senza argomenti ed appigli, ma di voler comunque esercitare la violenza distruttrice.

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  5. Già, in soldoni le conclusioni sono queste: il distillato di millenni di storia è un retaggio di diffamazioni e violenze continue senza soluzione di continuità... violenza distruttrice, come la chiami giustamente. Eppure è proprio da questo lercio letame che è sbocciato il fiore del ricordo di ME e della STORIA. Trovo il nesso dopo aver rivissuto il trauma che ha spalancato il terzo occhio. Ma non è che si può dire così. A Giovanna d'Arco l'hanno arsa sul rogo ché sentiva le voci ... e questi hanno ancora 13 bolle vive vive di cui disporre nel caso ... Eppoi servono le PROVE CERTE ekekakkio. Dunque mettiamoci a studiare onestamente e ripercorriamo l'orrore dei secoli per ritrovare l'armonioso mondo parallelo da cui proveniamo e che non è solo un'illusione utopica. NO CHE NON LO E' ... PERCHÉ IO RICORDO.

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  6. splendido articolo... si potrebbero dire mille cose..
    un giorno devo venire in Sardegna a imparare e render omaggio!
    Grazie di avere ri-membrato!

    iscritta al blog!

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  7. Grazie a te Laura. Benvenuta in questo spazio e di libertà!!

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  8. Ecco cosa scrive la poetessa e amica Enrica Meloni:

    Interessantissimo contenuto. Complimenti per tutto questo, per noi profani non solo fonte culturale ma anche di riflessione. Madre, sicuramente sinonimo di vita ma anche predilezione innata a quei ventri che paradossalmente non sono oggetto di venerazione, specie nei tempi attuali. Spesso mi capitò di dedicar qualche verso silenzioso agli uteri gravidi delle statuine che sono presenti in questo documento. La storia è insegnamento, la donna resterà sempre l'apoteosi enigmatico di un'essenza primordiale. Grazie davvero.

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  9. E questo è il commento di prof. Gigi Sanna:

    Ho letto. Un saggio sofferto sulla rottura tragica di un equilibrio perfetto e quindi divino. Una Sardegna con una incredibile testimonianza dell'antico, 'materno' ma anche 'paterno', in tragica dissoluzione. Ma la Sardegna è il mondo. Leggo le parole, Graziella: ma è la voce che mi sono perso e cioè il coinvolgimento emotivo. Sentire è una cosa del cuore e della mente assieme, leggere è sottostare per lo più al dominio di quest'ultima.

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  10. Dice Gianfilippo Grova, cardiologo, mio carissimo amico.

    Complimenti Graziella, l'ho letta con attenzione e piacere oggi che ero libero dal lavoro. È uno studio molto preciso e affascinante, e' bene che venga divulgato perché si conosca e si rifletta della "potenza cosmica" femminile che è riuscita a resistere a tante angherie e riuscire comunque a cambiare il mondo; certo non ancora abbastanza, fino a quando non verrà data pari dignità e opportunità alle donne. Sarebbe per me grande piacere e onore, se sei d'accordo, averti come ospite per una lettura in occasione di un nostro congresso cardiologico.
    Ti abbraccio con grande affetto e stima.
    Gianfilippo.

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  11. Magnifica ricostruzione storica Graziella. Bello anche il finale, con la pedofilia islamica a norma di Corano e nell'imitazione di Maometto a cui l'angelo che gli suggeriva le sure e gli ayat, i versetti, consigliava che, pur potendo sposare bambine di sei anni, era bene prima di stuprarle, attendere che avessero compiuto i nove anni! Per quanto riguarda i rituali antichi, come quello moderni, come sai io preferisco il grande cocomero di Snoopy! Non matriarcale, come i riti magici che descrivi e documenti così bene, ne patriarcale con i quali i maschi hanno sottratto alle femmine il potere magico della riproduzione ... cazzata per cazzata, io preferisco i cocomeri... almeno son buoni da mangiare! ...:-)

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  12. grazie Nino. Condivido. Il grande cocomero non è male!

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  13. Studio interessantissimo, complimenti Graziella. A certi momenti mi sono venuti i brividi leggendo alcuni brani sulle ingiustizie e malvagità subite dalle donne attraverso i secoli. Sarebbe bello se si potesse tornare indietro e ritrovare il culto della Dea Madre e l'armonia nel mondo. Il tuo scritto è una vibrante arringa per la cultura della nostra isola delle nostre radici, per l'armonia e il rispetto della natura e degli esseri umani.

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  14. Esatto Line ... questo vuole essere: un monito affinché il passato non ci serva da luogo comune, ma da crogiolo delle meraviglie da cui attingere e guadagnare in saggezza e armonia. Che l'alleanza tra la Madre Terra e l'influsso di dea Luna, il padre Ra e la profusione dello spirito di Maat, la Regola, possano ritrovare il loro giusto posto nel mondo e sconfiggere il Male. Che ognuno di noi, similmente a goccia d'oceano, faccia il suo. Ti abbraccio. E abbraccio tutte le bambine violate e morte, le donne vilipese e assassinate, sfruttate, offese. Abbraccio, uno per uno, i Veri Esseri Umani che si battono in nome dell'Amore, della Giustizia, del Diritto, del Merito, della Libertà.

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