lunedì 11 febbraio 2013

LE STATUE DI MONT'E PRAMA DEL SINIS DI CABRAS



AGORA' SHARDANA: QUEI GIGANTI RITORNINO NEL SINIS.
ARTICOLO SEMPRE ATTUALE ANCHE SE NON RECENTISSIMO DEL PROF. FRANCESCO CASULA

Quei giganti ritornino nel Sinis
Di FRANCESCO C. CASULA


Statue di Mont'e Prama a Li Punti (SS)


Nell'inserto del Corriere della Sera di domenica scorsa è uscito un bellissimo articolo a firma di Carlo Vulpio che ripropone il mistero dei fantastici guerrieri di pietra segnalati alla Soprintendenza d'allora da un contadino cabrarese nel lontano marzo del 1974.
È pur vero che anch'io sono cabrarese, tacciabile di partigianeria; ma questo non influenza la mia obiettività di storico se m'introduco - da storico - nella querelle sulla collocazione museale di questi famosi giganti detti di “Monti Prama”, perché rinvenuti nella collinetta del Sinis di Cabras che conosco palmo a palmo fin dalla mia prima giovinezza (tant'è che lo scrivo Mont'e prama, cioè “monte della palma”, perché la collinetta, pretenziosamente chiamata monte, era ricoperta un tempo di palme nane selvatiche, lavorate in paese per ottenerne il crine). Di queste grandi statue in arenaria, snobbate da tutti gli archeologi per decenni ed ora venute in auge di prepotenza, ne ho sentito di tutti i colori. L'unica cosa che non ho sentito dai gigantòcrati di turno è che cosa ci stavano a fare tante espressioni megalitiche nuragiche, uniche nell'isola, in una landa oggi deserta. Se si stabilisce questo, è logico che le statue non possono essere sradicate dal territorio dove sono state trovate perché non direbbero niente del passato: in un museo cagliaritano o sassarese sarebbero ridimensionate a pure manifestazioni di stile e basta («che grandi occhi hanno!»; «quanto sono alte e corrusche!», «com'erano vestite!», ecc., ecc.). 
SEGUE A PAGINA 48 DALLA PRIMA
Bisogna evitare un delitto scientifico Quei giganti di pietra ritornino nel Sinis (...) Vediamo, invece, il quadro politico che dà un senso alla loro esistenza. La penisola del Sinis è stata abitata dall'uomo fin dal tardo paleolitico per via delle tante possibilità di sostentamento offerte dagli stagni pescosissimi di Mar'e pontis e di Mistras che la orlano ad oriente, e dal fertile terreno di prima classe (edaphon) ricco di humus. Ne sono testimonianze antiche gli scavi di Cùccuru de is arrìus (Cùccuru Arrìus, per l'ufficialità) e di Conca de is illonis (Conca Illònis, sempre per l'ufficialità), dove è stata rinvenuta e "trafugata" nottetempo dal sovrintendente Vincenzo Santoni,forte della sua veste legale, la più bella "dea madre mediterranea" fra quelle oggi esposte al Museo di Cagliari (l'episodio mi è stato raccontato dallo stesso Santoni che stimo come amico ma non come autorità). In tutto il Sinis, secondo il primo storico sardo Giovanni Francesco Fara, vi erano circa cinquanta villaggi, abbandonati nella nostra Era, verosimilmente a cavallo del Mille, a causa degli attacchi musulmani provenienti dal Maghreb e dalla Spagna islamica.
Dicono le fonti che, verso il nono secolo a.Cr., fu impiantato nella scabra punta meridionale dalla penisoletta, poco adatta all'agricoltura ed alla pastorizia, il primo emporio commerciale fenicio, chiamato Tharros, benaccetto alle popolazioni nuragiche della zona. La storia successiva, si sa: col tempo l'emporio divenne villaggio, poi cittadina, poicittà, sempre più affamata di spazio per le proprie esigenze di sopravvivenza, fino a quando non venne a scontrarsi con le esigenze delle popolazioni nuragiche limitrofe. E fu la guerra, o, almeno, un continuo stato di guerra latente. Secondo
me, questo avvenne nel settimo secolo a.C., prima dell'arrivo nel 508 dei guerrieri punici chiamati dai Fenici per contrastare le intemperanze locali. Per logica, dovrebbe essere di quel periodo la doppia cinta muraria che difendeva lacittà dagli attacchi provenienti da nord, ovverosia dal Sinis nuragico che, in contrapposizione alla civiltà semitica ormai ostile, aveva innalzato al lato della strada che univa Tharros a Cornus, in località Mont'e prama, una serie di
gigantesche statue guerriere a segnare il limes di statualità indigena.
Statualità che fu abbattuta, insieme alle sue insegne megalitiche, dai terribili mercenari cartaginesi, apportatori di malaria, in espansione verso nord, fino alle pendici del Montiferru, e verso est, oltre il Campidano di Cabras. Quando nel 238 sopraggiunsero i Romani, della cultura nuragica del Sinis, rappresentata dai Kolossoi, non c'era più nulla: solo frammenti che la terra andava man mano coprendo… Onore ai restauratori de Li Punti, che li hanno riportati "in vita"; ma quello di non volerli ricollocare là dove sono stati eretti, è il solito delitto scientifico - d'altronde, non raro in Sardegna
- che vien fatto "… in nome degli alti interessi di diffusa conoscenza collettiva".

2 commenti:

  1. Onore ai restauratori de Li Punti, che li hanno riportati "in vita"; ma quello di non volerli ricollocare là dove sono stati eretti, è il solito delitto scientifico - d'altronde, non raro in Sardegna - che vien fatto "… in nome degli alti interessi di diffusa conoscenza collettiva".

    PAROLE SANTISSIME.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. lo considero anch'io un delitto scentifico, ma molti dicono che cabras non ha una struttura per ospitare i giganti..
      vorrei notizie grazie

      Elimina